Sentirsi soli può aumentare il rischio di demenza?
La solitudine non è solo una condizione emotiva. Negli ultimi anni, numerosi studi scientifici hanno mostrato come l’isolamento sociale prolungato possa avere effetti concreti sulla salute del cervello, influenzando il rischio di sviluppare declino cognitivo e di demenza.
Un tema sempre più rilevante in una società che, paradossalmente, è molto connessa ma spesso poco relazionale. In Italia il problema assume un peso ancora maggiore poiché oltre 1,4 milioni di persone convivono con la demenza, un numero destinato a crescere con l’invecchiamento della popolazione. In questo contesto, comprendere il ruolo dei fattori di rischio modificabili, come la solitudine e l’isolamento sociale, diventa fondamentale per la prevenzione del declino cognitivo.
Cosa si intende per solitudine e isolamento sociale
Quando di parla di solitudine è importante fare una distinzione tra solitudine soggettiva, che consiste nella percezione di sentirsi soli, anche in presenza di altre persone, e isolamento sociale che, invece, riguarda la reale riduzione dei contatti e delle relazioni significative. Ne abbiamo fatto tutti esperienza durante il periodo pandemico e non è infrequente osservare oggi i riflessi negativi dell’impatto che in particolare giovani ed anziani hanno riportato dal periodo di lockdown.
Le due condizioni possono coesistere ed entrambe sono associate a un peggioramento della salute cognitiva nel lungo periodo.
Cosa dice la Ricerca Scientifica?
Diversi studi hanno osservato che le persone che riferiscono una condizione di solitudine persistente, soprattutto nella mezza età, presentano un rischio più elevato di sviluppare demenza negli anni successivi.
Citiamo ad esempio uno studio finlandese che ha mostrato che persone che vivono senza un partner stabile a 50 anni hanno un rischio raddoppiato di ammalare di Alzheimer dopo i 75 anni rispetto a quelle conviventi. Questo rischio aumenta ulteriormente se la solitudine è dovuta a vedovanza o separazione senza trovare successivamente un nuovo partner. Questo studio è in linea con i dati epidemiologici in altre popolazioni europee, che indicano che una qualche stabilità sociale ed affettiva è in grado di proteggere da una involuzione cognitiva senile.
I meccanismi alla base di questa associazione sono complessi e multifattoriali. Le principali ipotesi riguardano:
- Ridotta stimolazione cognitiva: le relazioni sociali sono una palestra per il cervello. Conversare, confrontarsi, ricordare, interpretare emozioni e segnali non verbali mantiene attive molte funzioni cognitive.
- Aumento dello stress cronico: la solitudine è spesso associata a livelli più elevati di stress, con aumento prolungato di cortisolo, che nel tempo può avere effetti negativi su strutture cerebrali fondamentali per la memoria, come l’ippocampo.
- Infiammazione e salute cardiovascolare: alcune ricerche suggeriscono che l’isolamento sociale possa favorire uno stato infiammatorio cronico e peggiorare la salute cardiovascolare, entrambi i fattori coinvolti nei processi neurodegenerativi.
- Stile di vita: chi vive in una condizione di solitudine tende più frequentemente a muoversi meno, dormire peggio e prendersi meno cura della propria salute, elementi che incidono indirettamente anche sul cervello.
Solitudine e demenza: un fattore modificabile
Un aspetto importante e spesso sottovalutato è che la solitudine non è un destino inevitabile. A differenza di fattori non modificabili come l’età o la genetica, le relazioni sociali possono essere sostenute e rafforzate nel tempo.
Interventi che favoriscono la partecipazione sociale, il mantenimento dei legami familiari, le attività di gruppo e la stimolazione cognitiva possono contribuire a costruire una maggiore “riserva cognitiva”, un elemento chiave nella protezione dal declino mentale.
Quando prestare attenzione?
Sentirsi soli occasionalmente è un’esperienza comune. Diventa, invece, importante non sottovalutare una sensazione di solitudine persistente, soprattutto se associata a:
- Umore depresso,
- Ritiro dalle attività abituali,
- Difficoltà di memoria o concentrazione,
- Perdita di interesse per le relazioni.
Poichè il processo biologico della malattia di Alzheimer inizia molti anni prima dei primi sintomi clinici, si può anche ipotizzare che chi sta sviluppando la malattia sia già meno disponibile a normali relazioni sociali e tenda all’isolamento o alla rottura di precedenti legami.
In questi casi, parlarne con il medico può essere il primo passo per intercettare precocemente un disagio che non riguarda solo il benessere emotivo.
La qualità delle relazioni sociali è parte integrante della salute del cervello: investire nei legami, mantenere una vita sociale attiva e riconoscere il peso della solitudine rappresenta un vero e proprio atto di prevenzione nei confronti del declino cognitivo.
Amore come protezione
Se è vero quindi che la solitudine costituisce un fattore di rischio per il declino cognitivo, è altrettanto vero che la stabilità delle relazioni affettive nell’età matura rappresenta un fattore protettivo.
Le cause di questa “protezione” sono intuitive e risiedono negli stessi principi dei fattori di rischio ma in senso positivo. Ovvero: chi è stabilmente associato ad un partner godrà probabilmente di uno stile di vita migliore, di maggiori stimoli ambientali e sociali rispetto a chi vive da solo.
La stabilità della vita di coppia facilita inoltre il senso di intimità, il desiderio di una vita sessuale appagante o la possibilità di esprimere e ricevere tenerezza; questi aspetti della relazione mantengono un ruolo importante fino ad un’età avanzata e favoriscono il rilascio di neurotrasmettitori (ad es. serotonina ed endorfine) che hanno ruolo positivo sull’umore e sui processi cognitivi.
Ricordiamoci inoltre che la stabilità del legame affettivo diventa cruciale non solo come fattore preventivo ma ancor più durante il decorso di malattia. L’equilibrio di coppia inevitabilmente cambia, di volta in volta si devono mettere in campo impegno, disponibilità a capire, accettazione di qualcosa al di fuori delle aspettative, ma soprattutto sostenere e nutrire l’armonia dell’intesa, il filo tenace e a volte incomprensibile che unisce due persone che si amano.
Per concludere vi lasciamo con i versi di una poesia, tratta dalla raccolta “Eppure tu. L’amore oltre la dimenticanza ” di Elena De Dionigi, scrittrice e voce poetica dell’Associazione Alzheimer Multimedica Onlus.
Ora non so
Se il giorno inizia
O sta finendo.
(…)
Se oggi ti ho già accarezzato,
un minuto fa, mezz’ora fa,
dieci, venti volte o nessuna.
Eppure sento
La tua mano che mi accarezza,
sento
Che conosce le pieghe della mia pelle.
E tanto basta
Perchè cessi la paura
E io mi addormenti
Avvolto dal tuo tepore.
E. De Dionigi
A cura della Dott.ssa Marta Zuffi, Direttore Unità Operativa di Neurologia, Ospedale MultiMedica di Castellanza (VA) e Presidente dell’Associazione Alzheimer MultiMedica Onlus