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Blog – Gruppo MultiMedica

L’empatia si può insegnare?

di Edoardo Rosati – Scrittore e giornalista UNAMSI

Per anni abbiamo considerato l’empatia una sorta di “dono naturale”. Come dire: c’è chi ce l’ha e chi no. Una qualità radicata. Un tratto quasi genetico. Difficile da apprendere, praticamente impossibile da veicolare con una serie di lezioni o sfogliando un manuale. Eppure oggi, dentro ospedali, hospice e università, qualcosa sta cambiando. Sempre più esperienze formative dimostrano che l’empatia non è soltanto una predisposizione caratteriale: è anche una competenza che può essere coltivata, allenata. Sì: persino insegnata. Il punto è capire che cosa intendiamo davvero per empatia. Non la retorica del “mettersi nei panni dell’altro”, formula-clichè abusata e talora persino insidiosa. Un medico o un infermiere non può sperimentare il dolore del paziente come se fosse il proprio: ne sarebbe travolto. Schiacciato. Annichilito. L’empatia clinica è qualcosa di assai più sottile e sfaccettato. Non significa appropriarsi della sofferenza altrui, ma saperne riconoscere la profondità con coscienza e rispetto. È la capacità di ascoltare davvero il paziente, che è e resta una persona, cogliendo ciò che palpita dietro i sintomi, le esitazioni, le paure e i silenzi. «Ascoltare davvero» non è un gesto meccanico dell’udito, ma un movimento interiore: significa accogliere la voce del prossimo dentro una zona viva di noi stessi. Si può sentire una frase senza ascoltarla. Ma non si può ascoltare realmente senza lasciarsi sfiorare, almeno per un istante, dall’emozione che una parola reca con sé. L’ascolto autentico è un dispositivo profondo che vibra, risuona, ci mette in relazione.

La formazione sanitaria ha da sempre, o quasi esclusivamente, privilegiato la dimensione tecnica. Anatomia, fisiologia, farmacologia, linee guida, protocolli. Tutto assolutamente imprescindibile, ci mancherebbe. Il fatto è che la medicina scopre ogni giorno che la tribolazione umana non coincide mai del tutto con una diagnosi. Perché chi cura non incontra soltanto organi compromessi o parametri alterati: incrocia individui attraversati dalla paura, dalla vergogna, dalla rabbia, dal senso di smarrimento. Si confronta con famiglie che si sfaldano sotto il peso dell’incertezza, corpi che mutano fisionomia, vite di colpo sospese tra ciò che erano e ciò che forse non saranno più.

È proprio da questa consapevolezza che nascono oggi esperienze innovative legate alle Medical Humanities e alla Medicina Narrativa. In alcune realtà formative, per esempio, gli studenti vengono invitati a scrivere “cartelle parallele”: testi riflessivi nei quali il paziente smette di essere “il carcinoma del letto 12” e torna a essere una persona con una biografia, una voce, un volto e una rete di affetti. Introdotta nel 1993 dalla professoressa statunitense Rita Charon, considerata la principale fondatrice della contemporanea Narrative Medicine, tale strumento è uno spazio personale di scrittura in cui il camice bianco può annotare tutto ciò che normalmente la cartella clinica non ospita: emozioni, dubbi, paure, intuizioni, frammenti di relazione umana. Non un diario personale né un semplice esercizio letterario, ma un riflettore emotivo sul singolo malato. E i risultati non sono soltanto… “umanistici”. Gli studenti formati attraverso la cartella parallela mostrano maggiore efficacia nel colloquio clinico, nella comunicazione delle cattive notizie, nella gestione dei malati gravi e nella costruzione dell’alleanza terapeutica. Come se imparare a raccontare il dolore aiutasse, in fondo, anche a curarlo meglio.

In altri contesti sanitari si stanno impiegando fiabe, scenari narrativi, autobiografie, teatro. Sì, teatro. Perché salire su un palcoscenico e raccontare una storia di malattia costringe a rallentare, a infondere peso alle parole, ai mutismi, ai gesti. Sul fronte delle cure palliative, per esempio, alcune esperienze hanno trasformato vissuti assistenziali reali in performance teatrali. Non per spettacolarizzare il dolore, sia ben chiaro, ma per renderlo condivisibile, elaborabile, umano. Raccontare la sofferenza significa sottrarla all’anonimato.

E ancora: la Fondazione Giancarlo Quarta Onlus promuove studi e progetti dedicati allo spessore della relazione tra medico e paziente. Tra le iniziative più significative? Le ricerche sugli effetti delle parole nella pratica clinica. Studi pionieristici che hanno indagato come linguaggio, tono, atteggiamenti e comportamenti del curante possano influenzare non soltanto la sfera psicologica del paziente, ma persino alcuni parametri fisiologici e l’attività cerebrale durante la visita.

A Piacenza, il CIPOMO (il Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri) ha istituito una scuola di umanizzazione rivolta ai giovani specialisti, con l’intento di riportare la pratica medica là dove rischia sempre più spesso di smarrirsi: nel dialogo con chi soffre. All’insegna di un irriducibile dato di fatto: la vera sfida dell’arte di Esculapio sarà riuscire a tenere insieme la high tech e l’high touch, la precisione della scienza e la ricchezza del contatto umano.
Gli esempi citati vogliono solo essere rappresentativi di un panorama virtuoso molto più ampio: menzionarli tutti sarebbe impossibile, e si correrebbe il rischio di lasciare ingiustamente nell’ombra realtà altrettanto preziose. Ma forse il punto decisivo qui non è costruire un elenco esaustivo di progetti e scuole di pensiero. È comprendere che, in contesti diversi e con linguaggi differenti, sta emergendo una consapevolezza forte e comune: educare all’empatia non significa insegnare la commozione. La medicina non ha bisogno di professionisti sentimentalmente sopraffatti. Necessita di operatori capaci di restare umani senza perdere lucidità. La narrazione, la scrittura riflessiva e le arti performative funzionano proprio perché aiutano il curante a dare forma, senso e direzione al fardello emotivo, impedendo a questi vissuti problematici di agire a briglia sciolta, liberi di erodere, alla lunga, stabilità ed equilibri personali.
C’è poi un altro equivoco da disinnescare: l’empatia non è un lusso “umanistico” separato dalla buona medicina. Al contrario, è una competenza clinica. Un paziente che si sente ascoltato aderisce meglio alle terapie, comunica con maggiore precisione i sintomi, sviluppa più fiducia. E persino le decisioni difficili ─ dalla consulenza genetica oncologica alla pianificazione condivisa delle cure ─ diventano più sostenibili quando esiste uno spazio autentico di relazione.
La verità è che la medicina contemporanea sta vivendo una deriva paradossale. Mentre la tecnologia diventa sempre più potente, sofisticata, capace di scandagliare il corpo umano fino ai suoi codici più remoti, si accentua allo stesso tempo il pericolo di perdere di vista proprio il cuore stesso della cura: la persona. Dilagano gli algoritmi, i biomarcatori e le intelligenze artificiali, mentre il paziente rischia progressivamente di svanire dentro una nube di dati, percentuali, parametri, protocolli. Di diventare, in definitiva, un caso clinico impeccabilmente analizzato ma profondamente solo.
Eppure, nessuna macchina potrà mai trasmettere quell’istante, solare e immenso, in cui un essere umano si sente compreso: non come organismo biologico da decifrare, ma riconosciuto nella propria irripetibile unicità e fragilità.
Forse, allora, la domanda iniziale andrebbe capovolta. Non: «Si può insegnare l’empatia?». Ma: possiamo ancora permetterci di non insegnarla?

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