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Blog – Gruppo MultiMedica

Quando il medico diventa paziente

Empatia, ascolto e cura: la lezione di Pierdante Piccioni
Cosa accade quando un medico si ritrova improvvisamente dall’altra parte della scrivania, nei panni del paziente? È una domanda che pochi professionisti della salute hanno modo di sperimentare direttamente.
Per il dottor Pierdante Piccioni, medico e autore del libro Meno Dodici, da cui è stata tratta la fortunata serie televisiva Doc, questa esperienza ha rappresentato una vera e propria “sliding door” esistenziale e professionale.
Dopo aver perso dodici anni di memoria a seguito di un grave incidente, Piccioni ha dovuto ricostruire la propria vita, confrontandosi con la fragilità, l’incertezza e il bisogno di essere ascoltato. Un percorso che ha trasformato profondamente il suo modo di intendere la medicina e il rapporto con i pazienti.
In questa conversazione riflette sul valore dell’ascolto, sull’importanza della fiducia e sulla differenza, tutt’altro che scontata, tra curare e prendersi cura.

Dottor Piccioni, nel suo libro racconta il passaggio improvviso da medico a paziente.
Cosa vede oggi nella relazione medico-paziente che prima della malattia forse le sfuggiva?
Ho scoperto che, quando dirigevo il Pronto Soccorso di Lodi, ero molto focalizzato sull’aspetto tecnico della medicina. Venivo da una cultura professionale orientata all’efficacia e alla rapidità dell’intervento. In fondo il messaggio implicito era: “Ti ho salvato la vita, vuoi che stia qui anche a spiegarti tutto?”.
Diventare paziente è stato come attraversare una porta e vedere il mondo dall’altra parte. È stata un’esperienza profondamente trasformativa, sia come persona sia come medico. Oggi dico spesso ai miei studenti che non esiste simulazione capace di restituire davvero cosa significhi essere paziente.
Paradossalmente, quella esperienza è stata il momento più “professionalizzante” della mia carriera.

C’è stato un gesto, una parola o un atteggiamento che ricorda ancora oggi come particolarmente significativo?
Sì, e riguarda soprattutto l’ascolto. Ricordo colleghi che avevano bisogno di prove oggettive per credere a ciò che raccontavo. In quei momenti non mi sentivo accolto.
Al contrario, ho incontrato professionisti che si sono seduti accanto a me e mi hanno detto semplicemente: “Raccontami cosa provi”. Senza fretta. Senza pregiudizi.
È lì che ho capito che la vera personalizzazione della cura non nasce dalla tecnologia ma dalla conoscenza della persona che abbiamo davanti. Prima di prescrivere una terapia bisogna capire chi è il paziente, cosa vive e cosa sente.

Lei ha citato una parola chiave: tempo. Come si può conciliare l’ascolto con i ritmi sempre più serrati della sanità?
È una sfida reale. Dobbiamo trovare un equilibrio. Le strutture sanitarie devono essere sostenibili, ma non possono dimenticare la loro missione fondamentale: prendersi cura delle persone.
Il rischio è trasformare la medicina in una sequenza di prestazioni. Invece il nostro obiettivo deve certamente rimanere quello di curare il paziente, ma anche di prendercene cura. Sono due concetti diversi e complementari.

L’empatia dipende solo dall’indole personale oppure può essere insegnata?
Servono entrambe le cose. Certamente esiste una predisposizione individuale, ma molte competenze relazionali possono essere apprese e sviluppate.
Da anni insegno comunicazione in ambito sanitario agli studenti di Medicina e spesso, alla fine delle lezioni, mi chiedono: “Perché nessuno ce l’ha spiegato prima?”.
Per molto tempo abbiamo investito quasi esclusivamente sulle competenze tecniche: strumenti diagnostici sempre più sofisticati, tecnologie sempre più avanzate. Tutto questo è fondamentale, ma non basta. Occorre sviluppare anche quelle che chiamiamo non technical skills: ascolto, comunicazione, gestione delle emozioni, capacità relazionali.

Oggi guarda i suoi colleghi con occhi diversi?
Sì. Quando vedo situazioni che potrebbero essere gestite meglio cerco di farlo notare, magari suggerendo una lettura, un film, una riflessione. Non per giudicare, ma per condividere ciò che ho imparato.
La crescita professionale non riguarda soltanto ciò che sappiamo fare, ma anche il modo in cui stiamo accanto alle persone.

Tecnologia e intelligenza artificiale possono mettere ulteriormente a rischio la relazione umana?
La tecnologia è uno strumento. Non temo l’intelligenza artificiale in sé; temo molto di più l’ignoranza naturale.
Come ogni strumento, infatti, anche la IA dipende dall’uso che ne facciamo. Se sarà al servizio della persona e della cura, potrà aiutarci enormemente. Se invece sostituirà il rapporto umano, allora avremo un problema.
La fiducia rimane il cuore della relazione medico-paziente. È un rapporto profondamente fiduciario e nessuna tecnologia potrà sostituirlo.

Quali sono gli errori relazionali che un paziente percepisce immediatamente?
La mancanza di ascolto. Quando il paziente avverte che non c’è tempo per lui, lo percepisce subito.
Nella formazione medica si insegna che il primo atto clinico è l’anamnesi. Oggi aggiungo che il tempo dedicato all’anamnesi è già tempo di cura.
Ascoltare non significa perdere tempo. Al contrario, significa comprendere meglio il problema e costruire una relazione che renderà più efficace tutto il percorso successivo.

Che consiglio darebbe ai giovani professionisti sanitari?
Molto semplice: mettetevi alla stessa altezza del paziente, guardatelo negli occhi e chiedetegli di raccontarsi.
Tutto comincia da lì.

Secondo lei qual è la differenza tra curare e prendersi cura?
Curare significa intervenire sulla malattia. Prendersi cura significa farsi carico della persona nella sua globalità.
Per me il curare è contenuto nel prendersi cura. Quando mi prendo cura di qualcuno, ascolto la sua storia, comprendo il suo contesto, cerco di capire chi è e che cosa sta vivendo. In quel momento sto già contribuendo alla sua guarigione.
Prima della mia esperienza da paziente curavo. Dopo, ho imparato a prendermi cura.

L’ascolto è importante anche da parte del paziente?
Assolutamente sì. L’empatia è reciproca. Non è un movimento a senso unico.
La relazione terapeutica è un incontro tra persone che si riconoscono e si comprendono. I pazienti percepiscono immediatamente se hanno davanti qualcuno che si interessa davvero a loro oppure qualcuno che svolge semplicemente un compito.

Guardando al futuro, quali sono i suoi prossimi progetti?
Sto dedicando molte energie alla musicoterapia. Credo che rappresenti una straordinaria opportunità ancora poco valorizzata nel nostro sistema sanitario.
In Italia esiste un solo laboratorio di musicoterapia ospedaliera strutturato. Eppure sappiamo che la musica può avere un impatto significativo sul benessere e sui percorsi riabilitativi.
È un campo sul quale dobbiamo investire molto di più, sia nella ricerca sia nella pratica clinica.


Una lezione che va oltre la Medicina, quella del dr. Piccioni, che in questa breve intervista ci ha ricordato che la cura non è fatta soltanto di diagnosi, terapie e tecnologie. È fatta di tempo, ascolto, presenza e fiducia. Elementi apparentemente semplici, ma capaci di trasformare profondamente l’esperienza di chi cura e di chi viene curato.
Perché, come insegna la sua storia, talvolta è proprio attraversando la fragilità che si riscopre il significato più autentico dell’essere un operatore sanitario.


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