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Blog – Gruppo MultiMedica

Occhi stanchi e schermi sempre accesi: cosa succede ai nostri occhi?

Computer, smartphone, tablet e televisori fanno ormai parte della nostra quotidianità. Quante ore trascorriamo ogni giorno davanti a uno schermo? E quali conseguenze può avere tutto questo sui nostri occhi?

Ne parliamo con il dott. Stefano Mattioli, Direttore dell’Unità di Oculistica dell’Ospedale San Giuseppe – Gruppo MultiMedica, per capire che cos’è il digital eye strain, perché compare e quali semplici accorgimenti possono aiutarci a proteggere il benessere visivo.

Dottor Mattioli, che cosa si intende esattamente per digital eye strain?

Il termine digital eye strain, o affaticamento visivo digitale, indica un insieme di sintomi oculari e visivi che possono comparire durante o dopo un uso prolungato di computer, smartphone, tablet e altri dispositivi digitali.

I disturbi più frequenti sono stanchezza e pesantezza degli occhi, bruciore, sensazione di secchezza o di corpo estraneo, lacrimazione, arrossamento, visione offuscata o difficoltà a mettere a fuoco. Possono comparire anche mal di testa e, dopo molte ore nella stessa posizione, tensione a collo e spalle.

Non parliamo quindi di una singola patologia, ma di una condizione caratterizzata da sintomi diversi, che possono avere origini differenti. Le evidenze disponibili mostrano che il fenomeno è molto diffuso tra chi utilizza quotidianamente i dispositivi digitali, anche se la sua frequenza varia notevolmente a seconda delle popolazioni studiate e dei criteri utilizzati per identificarlo.

Perché guardare uno schermo può affaticare gli occhi?

Uno dei meccanismi più importanti riguarda la superficie oculare. Quando siamo concentrati davanti a uno schermo, tendiamo a sbattere le palpebre meno frequentemente e, talvolta, in modo incompleto. Questo riduce il normale rinnovamento del film lacrimale, favorendone l’evaporazione e l’instabilità. Ecco perché, dopo alcune ore al computer, possiamo avvertire gli occhi secchi, irritati o “stanchi”.

C’è poi un secondo aspetto: quando utilizziamo uno smartphone o lavoriamo al computer manteniamo per molto tempo gli occhi impegnati nella visione da vicino. L’accomodazione, cioè il meccanismo che permette all’occhio di mettere a fuoco gli oggetti vicini, e la convergenza lavorano in modo continuativo. In alcune persone questo può contribuire alla comparsa di affaticamento, soprattutto dopo molte ore senza pause.

Quindi non è necessariamente lo schermo in sé il problema?

Esatto. È importante evitare una semplificazione: non è semplicemente “lo schermo che fa male agli occhi”. A incidere sono soprattutto la durata dell’esposizione, la distanza di visione, le condizioni ambientali, la qualità dell’illuminazione, i riflessi, la postura e le caratteristiche individuali. Anche un difetto visivo non adeguatamente corretto, oppure una difficoltà nella messa a fuoco o nella visione binoculare, può rendere più faticoso il lavoro prolungato a distanza ravvicinata. Per questo, quando i sintomi sono frequenti o persistenti, non è sufficiente attribuirli automaticamente all’uso dello smartphone o del computer: è opportuno valutare la situazione con una visita oculistica.

Quali sono le condizioni che possono peggiorare il problema?

Innanzitutto, passare molte ore consecutive davanti agli schermi senza interrompere la visione da vicino.

Anche l’ambiente ha un ruolo importante. Riflessi sul monitor, illuminazione troppo intensa o troppo scarsa, una posizione non corretta dello schermo o una distanza inadeguata possono aumentare il disagio. Un altro elemento, spesso sottovalutato, è l’aria condizionata: un flusso d’aria diretto verso il viso può aumentare l’evaporazione del film lacrimale e accentuare la sensazione di secchezza. Infine, anche utilizzare lo smartphone molto vicino agli occhi, soprattutto per periodi prolungati, significa mantenere un impegno visivo considerevole.

La famosa regola del 20-20-20 funziona davvero?

È una delle indicazioni più conosciute: ogni 20 minuti, interrompere per circa 20 secondi la visione da vicino e guardare un punto o un oggetto a una distanza di almeno 20 piedi, cioè circa 6 metri. È un principio semplice e ragionevole, perché invita a interrompere periodicamente il lavoro ravvicinato. Alcuni studi hanno osservato una riduzione dei sintomi di affaticamento visivo e di secchezza in persone che effettuavano pause guidate secondo questo schema. Altri studi, però, non hanno rilevato un beneficio significativo attribuibile proprio a questa specifica modalità di pausa. Per questo la considererei soprattutto una buona abitudine pratica, più che una regola rigida da seguire con il cronometro. Il messaggio più importante è ricordarsi di interrompere regolarmente la visione ravvicinata e lasciare riposare gli occhi.

Oltre alle pause, che cosa possiamo fare concretamente?

Ci sono alcuni accorgimenti molto semplici. Prima di tutto, ricordarsi di sbattere le palpebre. È un gesto automatico, ma quando siamo concentrati sullo schermo può diventare meno frequente. Anche brevi pause durante le quali si chiudono gli occhi per qualche secondo possono essere utili.

È poi importante posizionare correttamente lo schermo, mantenendo una distanza adeguata e cercando di evitare riflessi e abbagliamenti. L’ambiente dovrebbe essere sufficientemente illuminato, senza però creare un contrasto eccessivo tra lo schermo e ciò che ci circonda.

E, soprattutto, è bene non trascorrere ore consecutive davanti allo schermo senza pause. Alzarsi, cambiare attività, guardare a distanza e muoversi un po’ sono abitudini semplici che possono contribuire al benessere generale oltre che a quello visivo.

E per chi utilizza lo smartphone soprattutto la sera?

In questo caso entrano in gioco anche altri aspetti, non necessariamente legati all’affaticamento visivo. L’utilizzo di dispositivi luminosi nelle ore serali può infatti interferire con il ritmo sonno-veglia, soprattutto quando l’esposizione è prolungata.

Per quanto riguarda invece la cosiddetta luce blu, è importante distinguere tra ciò che viene spesso comunicato e ciò che è effettivamente dimostrato.

Gli occhiali con filtro per la luce blu servono, quindi, oppure no?

Le evidenze scientifiche disponibili non dimostrano un beneficio significativo delle lenti con filtro per la luce blu nella riduzione dell’affaticamento visivo dovuto all’uso degli schermi. Una revisione sistematica della letteratura ha infatti rilevato che i filtri per la luce blu non sembrano prevenire il digital eye strain; anche una revisione Cochrane degli studi clinici disponibili non ha trovato prove convincenti di un miglioramento della performance visiva con queste lenti.

Questo non significa che una determinata lente non possa risultare confortevole per una singola persona, ma è importante non considerare il filtro per la luce blu come una soluzione dimostrata al problema dell’affaticamento visivo digitale.

Quando è consigliabile rivolgersi all’oculista?

Se la sensazione di affaticamento è occasionale e compare dopo molte ore davanti allo schermo, spesso è sufficiente correggere alcune abitudini. Se, invece, i sintomi sono frequenti, persistenti, compaiono anche quando non si utilizzano dispositivi digitali oppure sono associati a visione offuscata, dolore o altri disturbi, è opportuno effettuare una valutazione oculistica.

Una visita può verificare non solo la presenza di eventuali difetti visivi, ma anche lo stato della superficie oculare e le condizioni che possono rendere più impegnativa la visione da vicino.

In definitiva, dobbiamo preoccuparci di passare così tanto tempo davanti agli schermi?

Direi che dobbiamo soprattutto imparare a utilizzarli in modo consapevole.  Computer e smartphone sono ormai strumenti indispensabili per lavorare, studiare, comunicare e anche per il tempo libero. L’obiettivo non è quindi demonizzarli, ma adottare comportamenti che riducano l’affaticamento: pause regolari, corretta distanza e posizione dello schermo, illuminazione adeguata, attenzione all’ammiccamento e, quando necessario, una valutazione oculistica.

I nostri occhi sono progettati per adattarsi continuamente a distanze e condizioni diverse. Anche loro, però, hanno bisogno di qualche pausa.

 

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