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Blog – Gruppo MultiMedica

Anca e ginocchio: quando è davvero il momento di operare?

Dolore, rigidità, difficoltà a camminare o a salire le scale. Oppure un trauma durante lo sport, con un ginocchio che improvvisamente non dà più la stessa sicurezza di prima.

Quando un’articolazione si ammala o si infortuna, una delle prime domande è: “Dovrò operarmi?” La risposta non è sempre sì. E, soprattutto, non è mai la stessa per tutti. Oggi l’ortopedia dispone di numerose possibilità di trattamento e la scelta deve tenere conto non solo della lesione, ma anche dell’età, delle condizioni fisiche, delle attività che si desidera continuare a svolgere e dell’impatto del problema sulla vita quotidiana.

Abbiamo fatto il punto con il dr. Andrea Berardi, Direttore dell’Unità di Ortopedia dell’IRCCS MultiMedica.

Quando si arriva alla protesi d’anca?

La conferma del trattamento chirurgico deve essere il risultato di un percorso di cura informato graduale ed evolutivo che porta gradualmente il Paziente alla piena consapevolezza della propria malattia artrosica. Il rapporto medico /paziente è fondamentale per  raggiungere tutto ciò.

Devono essere soddisfatti e non più responsivi i comuni trattamenti riabilitativi, farmacologici ed infiltrativi.

La consapevolezza e l’indicazione alla protesi  nasce dalla combinazione di più elementi: limitazione della funzione e qualità di mobilità, rinuncia alle soddisfazioni della vita ricreativa o sportiva, presenza di dolore progressivo sempre meno tollerato anche per attività semplici come camminare, salire le scale o banalmente dormire. Quando si verifica tutto ciò  è il momento di rivolgersi allo specialista per valutare le possibili soluzioni.

Ma una protesi d’anca quanto dura?

Gli impianti attuali hanno raggiunto livelli di affidabilità molto elevati per decine di anni, ma non sono eterni. La loro durata dipende da diversi fattori: caratteristiche del paziente, qualità dell’osso, quantità e qualità delle sollecitazioni a cui la protesi viene sottoposta nel tempo, dalla tipologia di impianto.

Per questo è importante che la scelta dell’impianto sia personalizzata e basata sulle caratteristiche del paziente, sulle evidenze scientifiche disponibili, senza lasciarsi guidare semplicemente dalla novità di un determinato dispositivo, dalla tecnica chirurgica o dalla ingenuità di lasciarsi guidare  da nozioni sommarie acquisite dagli organi di informazione.

Dopo l’intervento bisogna “risparmiare” la protesi?

Non bisogna avere paura di utilizzare una protesi ben funzionante. Al contrario, il movimento e il mantenimento di un buon tono muscolare sono importanti per il mantenimento e la funzione dell’impianto. È però necessario adottare qualche cautela attraverso le informazioni mediche . Attività come camminare, nuotare o andare in bicicletta sono generalmente compatibili con una buona funzionalità dell’impianto. Maggiore attenzione va invece riservata alle attività sportive che comportano impatti, contatti o un elevato rischio di caduta. La scelta deve comunque essere personalizzata in base al tipo di intervento, alle caratteristiche della persona e all’attività che desidera praticare.

Una protesi ha bisogno di controlli anche quando non dà problemi?

Sì. Una protesi che funziona bene può consentire una vita attiva e soddisfacente, ma deve essere seguita nel tempo. Il monitoraggio clinico e radiografico dell’impianto serve per verificare lo stato, la tolleranza della protesi e la qualità ossea periprotesica.

Ciò consente di certificare un perfetto confort dell’impianto o individuare precocemente eventuali segni di usura o mobilizzazioni. Generalmente il controllo può essere proposto dopo 2 mesi dall’impianto indi a 6-8 mesi, poi a 1 anno e successivamente ogni 2-5 anni.

È un principio semplice: non bisogna aspettare che una protesi faccia male per controllarla.

E quando il problema riguarda il ginocchio?

Un trauma al ginocchio non significa automaticamente dover ricorrere ad un intervento chirurgico. Prima di decidere come intervenire è necessario capire quali strutture sono state danneggiate. Legamenti, menischi, cartilagine e ossa possono essere coinvolti in modo diverso e, di conseguenza, richiedere trattamenti differenti. La valutazione clinica dello specialista può essere affiancata, quando indicato, da esami radiologici più evoluti come  una RMN ( risonanza magnetica nucleare) o una TAC ( tomografia assiale  compiuterizzata) , che consentono di studiare in dettaglio le diverse strutture articolari.

Un legamento crociato lesionato deve sempre essere ricostruito?

No. È uno dei principali equivoci da chiarire.

La necessità di un intervento dipende dal grado di instabilità secondaria al trauma, dalle caratteristiche anatomiche del ginocchio, dalla lassità costituzionale , dal tenore muscolare, dall’età e dalle esigenze funzionali e sportive della persona. Un paziente che pratica sport con frequenti cambi di direzionali e sollecitazioni torsionali può avere esigenze molto diverse da chi conduce una vita meno dinamica o semplicemente con attività lineari  come accade in un nuotatore, runner o ciclista.

In alcuni casi un percorso conservativo, basato sulla riabilitazione, può consentire di recuperare una buona funzione senza ricorrere alla chirurgia.

Quindi la riabilitazione può essere un’alternativa all’intervento?

Certamente. Il trattamento conservativo non deve essere considerato una soluzione di serie B: in alcuni pazienti può essere la scelta più appropriata. La riabilitazione permette di lavorare sulla forza muscolare, sulla stabilità, sull’equilibrio e sul controllo del movimento. Può inoltre aiutare il paziente e lo specialista a capire se il ginocchio è sufficientemente stabile per le attività che la persona desidera svolgere.

Quando invece l’instabilità persiste e limita significativamente la vita quotidiana o sportiva, può essere indicata la ricostruzione del legamento.

E dopo la ricostruzione si torna subito alla normalità?

La chirurgia è soltanto una parte del percorso. Il recupero richiede tempo e un programma riabilitativo progressivo. L’obiettivo non è soltanto recuperare il movimento del ginocchio, ma anche forza muscolare, coordinazione, equilibrio e controllo dell’articolazione. Inoltre, il legamento ricostruito deve attraversare un processo biologico di integrazione e rimodellamento che richiede tempi adeguati. Per questo è importante non avere fretta e seguire il percorso indicato dallo specialista e dal fisioterapista.

Qual è allora l’errore più frequente?

Pensare che esista una soluzione uguale per tutti. Una lesione vista alla risonanza non racconta da sola tutta la storia del paziente. Allo stesso modo, avere una protesi non significa necessariamente dover rinunciare allo sport o a una vita attiva.

La vera sfida dell’ortopedia è individuare il trattamento più appropriato per quella persona, tenendo insieme diagnosi, sintomi, funzionalità, età, condizioni fisiche e aspettative realistiche. A tal proposito è di fondamentale importanza il dialogo ed il rapporto medico paziente per giungere alla soluzione più appropriata.

In sintesi, non sempre una lesione richiede un intervento. E quando l’intervento è necessario, la chirurgia non è la fine del percorso. Una diagnosi accurata, una scelta terapeutica personalizzata ed una buona riabilitazione sono gli elementi che permettono di puntare al miglior recupero possibile.

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